10 metri di spiaggia

musiche di Mario Crispi

Il mare di Mondello regala all’esausta città di Palermo una lussureggiante dépendance, un golfo iridescente, piscina naturale di invidiabile bellezza che sta lì come fosse scoperta di recente, sottile espediente per sedare il sè dell’individuo adulto e rendere felicemente imperfetto l’io più giovane.


Un segno conciso in ambito territoriale, ma di lunghissima permanenza, alla vista, all’olfatto, nel ricordo. Questa piscina naturale, quasi Caraibi, è lo scenario dell’ultimo lavoro di Margherita Bianca la cui sensibilità al luogo, da sempre proverbiale, in questo caso è acuita dall’essere abitante di una così ben congegnata malìa.


Il mezzo è il digitale, la cui versatilità nel lasciare traccia, sposa in maniera felice l’evanescente microcosmo contenuto in Dieci metri di Spiaggia, quelli della sua più recente e interessante investigazione.


Le immagini di Margherita Bianca sembrano ripercorrere una felice intuizione di Dorfles che indica una strada possibile nel camminare sul filo del naturale e dell’artificiale, invertendo i significati, nella necessità o nel desiderio di richiamare alla memoria il volto di un determinato ambiente secondo quella che chiama memorizzazione affettiva. Le immagini di Margherita Bianca sembrano condividere questa indicazione quando nell’immergersi in una metafisica rilettura del disincanto, ricompone lo scarto, tra naturale ed artificiale, constatandone l’attendibilità, riconvertendone poi l’uso, un passo prima di attraversare il confine ineluttabile del trash, per riconsegnare il tutto alla dimensione poco rassicurante di una porzione di universo-mare, veduta sui generis di una familiarità presunta dove niente viene a turbare l’apparente ordine naturale delle cose. Così come piace immaginare che siano: il cielo, il mare, la sabbia corallina.


Non lontano da qui, in una luminosa giornata primaverile del lontano 1787. Goethe ebbe la folgorazione che qui fosse nata la pianta primigenia, cercando così di stabilire una volta per tutte che idea di natura è natura al tempo stesso, e qui ( questa luce) ne sarebbe il prototipo.
Il paesaggio di Dieci metri di spiaggia mostra tutti i segni del degrado della cosìddetta civiltà dei consumi, una porzione di spiaggia che il mare non ha ancora ripulito del tutto.


Qui frammenti persistono, ricompaiono sotto forma di schegge, di filamenti, di composizioni floreali intraviste in un accordo naturale tra un tono caldo ed uno freddo, ridiventano paesaggio, alcuni presidiando minacciosi uno sparuto promontorio di sabbia, altri imbiancano ceneri impreziosite di monili, riconquistano il mare dopo l’arrembaggio, creando nuovi legami, a volte viscosi a volte domestici.


In ordine progressivo, dai giardini zen prima di arrivare alla parola Fine che in un appunto di Margherita corrisponde giusto all’immagine in campo lungo del mare, un arcobaleno sfrangiato come in una tela media il passaggio. Come il ricordo che torna, una tela di Penelope non nell’attesa, ma come a voler lasciare un segno più vivido nell’attraversamento, prima che la linea dell’orizzonte indichi con esattezza il punto di felice sospensione del giudizio.


Trovo un’ immagine di Stevens il poeta americano senza “on” finale. Eccola: Così dal casto inverno viene la primavera lasciva / Così dopo l’estate, nell’aria autunnale, viene il freddo volume di spettri dimenticati / ma dolcemente, con strumenti piacevoli, / così che questo freddo, la favola infantile del gelo/ Rassomiglia allo sfavillio del caldo romanticizzato.
Così Margherita Bianca in Dieci metri di Spiaggia.

Salvatore Le Moli Ajala